Roth è anche un grande giornalista: i suoi articoli di costume e i suoi grandi reportages, ancora poco noti in Italia, mantengono intatta la freschezza e l'acume di una scrittura invidiabile per la sua semplicità. Innamorato da sempre del mondo ebraico-orientale, Roth dedica agli Ostjuden pagine in cui l'ammirazione per la povera gente dello shtetl si alterna alla forte polemica contro gli occidentali (ebrei e non), accusati di impoverimento spirituale e di bancarotta morale. Se il sionismo è soltanto un'ennesima variante del deprecato concetto di nazione, l'ebraismo orientale conserva invece le tradizioni più genuine della cultura ebraica europea: il disprezzo che circonda in Occidente un chassid è in realtà uno dei tanti aspetti della nostra nevrosi e della nostra irrimediabile crisi. I toni del reportage, ora lucidamente oggettivi ora invece romanzati, conservano sempre una traccia di affetto e di parzialità (dichiarata del testo da Roth nella prefazione del libro) e fanno di "Ebrei erranti" un documento letterario, storico, politico che non mancherà di affascinare il lettore contemporaneo.
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